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A chi condivide il rispetto, il pluralismo, il dialogo e la non violenza e non accetta di essere strumentalizzato, condizionato, manovrato da nessun potere.
Un sito per persone libere che, insieme, cercano di librarsi sempre più in alto.
Che accettano la sfida di essere e, rompendo gli ormeggi, hanno il coraggio di andare... Insieme...Sempre più su!
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domenica 8 aprile 2012
LABORATORIO BAMBINI -" in viaggio con Ulisse"
Presso: Taberna Libraria
Docente: dott.ssa Annalisa Scialpi
email: taberna.libraria@yahoo.it
L'Odissea la dico io: in viaggio con Ulisse
dott.ssa Annalisa Scialpi (Pedagogista)
Il corso, riservato a bambini in età scolare, si propone di percorrere le tappe del viaggio di Ulisse, al fine di:–affinare le abilità espressive e comunicative;–rendere partecipi dell'avventura culturale rappresentata dal viaggio di Ulisse;–favorire la libera interpretazione e l'immedesimazione profonda nel testo attraverso un esercizio guidato di «riscrittura» dell'Odissea.
Il corso si svolgerà attraverso incontri di due ore, per un totale di 10 ore e prevederà l'utilizzo del testo “L'incredibile avventura del viaggio di Ulisse”, edizioni Arka, scelto per la qualità sintetica e le suggestive illustrazioni. Gli incontri comprenderanno, inoltre, l'ascolto musicale come modalità per unire linguaggi diversi, al fine di favorire il massimo livello possibile di immedesimazione e di espressione. Al termine del corso è prevista la consegna di un fascicolo con “la nuova storia” di Ulisse, scritta è interpretata dai bambini.
Per ulteriori informazione ed adesioni rivolgersi ai seguenti contatti:
-taberna.libraria@yahoo.it
P.S : la data di inizio la stabiliremo insieme a voi, il laboratorio si terrà il sabato pomeriggio!
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mercoledì 21 marzo 2012
Rosso eterno (racconto di Annalisa Scialpi)
Bambino, permettimi di chiamarti così: bambino. Non ti aspettare “figlio mio”, non me la sento. Sai cos'è il vuoto? Forse nel mio brodo ti senti vuoto? Certo, ci sarà una miscela di veleni e di gas soporiferi, nel mio brodo e tu te li stai iniettando dentro. Meglio, così, se nascerai, sarai già quasi immunizzato.
In un certo senso, non sono ancora nata, bambino. Io e te siamo due naufraghi immersi nello stesso pantano placentare. E' vuoto, il tuo? Scusa se continuo a chiedertelo, ma ho bisogno di saperlo. Il mio pantano placentare è putrido: esala un odore di morte. Forse nel tuo ci sono anch'io, che grido senza riuscire a far udire la mia voce. Siamo due larve sottovuoto, bambino. E se dovesse capitarti di avere un serramanico da una creatura celeste, ti avviso: non tentare di squartarmi, nessuno sentirà le tue grida. Qualcuno di fronte, forse, accenderà la luce. Tirerà fuori il collo da vecchia gazza, lo allungherà un poco seguendo la corrispondenza del tuo urlo bestiale e richiuderà poi in fretta la finestra, continuando a sbirciare dietro le tende. No, bambino, non chiamerà la polizia. E nemmeno il centro di igiene mentale. Non chiamerà nessuno. E tu mi avrai squartata invano.
Quando ho capito che ti eri annidato in me, ho avuto la vertigine. No, non fraintendermi, la mia non è cattiva volontà. Non è incapacità di tenerti con me, di svegliarmi nel cuore della notte, di cambiarti i pannolini di cacca liquida. No, non è come credi. E' che non voglio darti. A loro. Tu sarai orfano tra le braccia di un'orfana. Magari, dopo la tua nascita, riuscirò a ricomporre i miei tasselli placentari, li porterò dal gommista per far gonfiare il tutto ricomposto e ci entreremo dentro da una fessura, con chiusura a sigillo. E questo che vuoi? Una vita in un anticoncezionale?
Potrebbe accadere e di sicuro accadrà che, quando comincerai a parlare bene, mi chiederai del papà, dei nonni del papà, dei nonni della tua mamma. Che cosa dovrò risponderti, allora?
Di tuo padre, potrei forse dirti che era un fottuto figlio di puttana che ha lasciato me e te?
Allora dovrò dirti la prima bugia, bambino. La prima bugia: la prima linea di divisione tra me e te. La prima tra le tante altre che seguiranno: va così, bambino. Menti a chi ami e l'hai perso. Menti a chi ami e ti sei persa. E dei nonni, che tipo di ricordo dovrò caramellarti? Vediamo... Ero al liceo e volevo suicidarmi. Poi mi sono innamorata del padre della mia amica, un uomo dall'età di mio padre. Per poco non ho scatenato un casino... Ma... Aspetta... Andiamo in ordine.
Se tu nascessi, qualcuno avrebbe la felice idea di raccontarti la favola di Cappuccetto Rosso. Probabilmente, dico, perché qualcuno l'ha raccontata anche a me, altrimenti non potrei stare qui a dirtela. Bene... E' la storia di una bambina un po' strampalata e parecchio sfigata che, un giorno, si fa divorare dal lupo, per aver colto dei fiori nel bosco. Nel bosco ce l'aveva mandata la mamma, per portar da mangiare alla nonna tenuta a debita distanza. Benissimo... Prima che ti finisca la storia, ti presento un personaggio che non avrai la sfortuna di conoscere: tua nonna, cioè mia madre. É tale è quale la mamma di Cappuccetto Rosso: ti butta nei pericoli senza criterio. Con me, lo ha sempre fatto: non gliene è mai fregato una mazza. Un giorno feci un sogno, bambino. Un sogno che, ancora, mi perseguita; entra una vicina di casa e dice: “Dobbiamo buttare la bambina”. Mia madre dice di sì. Mi calano dalla finestra del pianerottolo, togliendo le assi di vetro, fino alla ringhiera del balcone della donna che aveva perso le chiavi, attorniata da una platea di vicini. All'ultimo minuto, prima, cioè, che mi calassi sul balcone, superando la ringhiera, qualcuno grida che le chiavi sono state trovate, che non devo più calarmi. Ricordo troppi particolari, bambino, come pure la sensazione di delusione che ho provato quando sono stata afferrata per non affrontare più il pericolo. Sono troppi i dettagli che ricordo a distanza di tempo e che mi dissuadono dal pensare che questo sia stato solo un sogno. Le vetrate, il piano, la gente...
Tua nonna, bambino, è una miscela di deficienza e di egoismo. Non avrebbe nulla da insegnarti, a parte il desiderio di distruggerti. Lo ha fatto con me. Lo farebbe con te. Lei è l'edera controstagione. La recita menzognera di una vita. Il pupazzo di plastica col rossetto. Il vuoto più assoluto.
Cosa pensi che provi, quando, incontrando la mia ex vicina di casa, mi sento afferrare per un braccio e sussurrare: “Sai, io ti ho salvata da bambina: stavi per gettarti dal balcone. Un giorno ti racconterò”. Sì, so cosa stai pensando: la gente non è delicata. Ma qui, bambino, di gente delicata ce n'è poca e, col tempo, diventi come una gigantesca zanzara africana: impari a succhiare quello che ti serve, tralasciando tutto il resto. Anche se poi ti accorgi che, a furia di succhiare soltanto, sei diventato cieco e parassita. Ma in paese, alla fine, diventi così. Il paese è la favola bugiarda macchiata d'orrido. É il luogo degli scheletri collettivi sui carri delle processioni con le Madonne agghindate.
Eppure... Non posso dirti di essere sempre stata infelice e con la voglia di suicidarmi. L'ho vista molte volte la felicità. Fuori di qui. Da questo ghetto soporifero. Spesso, aveva il colore del mare, il languore del sole al tramonto, il sapore dell'indefinito spingersi dell'orizzonte oltre la sua linea di confine. E, su quella linea, ho fatto tanti sogni, bambino. E il rosso sparso del tramonto è il sangue della mia passione mai estinta, quella passione che durerà anche oltre me.
Vuoi sapere che cosa verrebbe fuori se intingessi il dito in quel rosso e cercassi di tracciare delle forme? Aspetta... Poggiati qui, vicino alla mano mia... La senti questa forma tonda, qui... Aspetta e prova a sentire le vibrazioni delle mie dita. Vanno da sé, si diramano tratteggiando qualcosa... Qualcosa di splendido e sgargiante che cresce da quel pieno. O... Che stupore... Lo senti il mio respiro più libero e l'ossigeno irradiarti tutto? E' lui... I raggi del sole sono i miei capelli. Tu non lo sai, ma li sto dipingendo d'argento appena nato dal verdaccio del suo volto che è la luna, la mia stessa luna ... Ti sento sussultare e non posso far a meno di frenare le lacrime. Ne prendo un po'... Ecco tracciato il mare. Sento che sei tu, sei tu che guidi la mia mano e, mentre lo fai, la luce mi abbaglia. Ora, è lei che scrive su me, senza che io faccia nulla. Scrive...
Mamma, voglio nascere perché sono il frutto del tuo infinito spingerti nell'indefinito, sulla vela di una luna che sa incontrare il sole e dipingere così di rosso un cielo al tramonto, eternamente vivo. Io, mamma, sono il tuo tramonto. Il rosso eterno, di te.
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mercoledì 7 marzo 2012
Democrazia fallita o sotto assedio? (di Annalisa Scialpi)
Il senso di appartenenza si nutre d'identità. Si appartiene a un luogo dove si è riconosciuti: dove, è utile ribadirlo, si occupa un posto istituzionale e giuridico, oltre che legato agli affetti, in quanto soggetto di diritti. Nell'attuale scenario della contemporaneità, quanti occupano un posto che li rende non solo identificabili, ma motivati a percepirsi parte della comunità e della società più estesa in quanto soggetti di diritti?
La crisi dell'attuale scenario nazionale, anziché essere fronteggiata con misure a sostegno del lavoro e dell'occupazione, è “valutata” e “risolta” a tavolino da chi perpetua, nei fatti, le stesse logiche che hanno condotto alla crisi: la credenza che l'unico progresso sia individuabile nella “crescita” e, quindi, nella produttività e nell'efficienza, l'ambizione di protendersi, ancor'oggi e con una situazione disastrosa come quella attuale, agli standard europei attraverso “esigenze di bilancio” che ignorano le reali condizioni e i numerosi problemi del popolo italiano e degli immigrati che ne modificano la geografia culturale e che chiedono un ridimensionamento e un'apertura della politica.
Quello che si fa, ancor'oggi, è proclamare a voce progetti “a vasto raggio”; progetti così vasti da andar bene sempre e solo a chi nel vasto ci sguazza: il vasto dello sperpero, del guadagno illimitato, dell'ambizione colonizzatrice.
Sono duramente in gioco, ora più che mai, termini che, acriticamente, si sono assunti come punti d'arrivo nonché di appoggio delle politiche nazionali e locali: standard europei, crescita, sviluppo, competitività. Termini che, ancora, vengono sbandierati dai meno avveduti economisti e da chi ha interesse che se ne parli ancora ma che, per i più, sono ormai privi di significato.
Quando la spesa completa al supermercato diviene un'ambizione, un “cambio d'aria” il fine settimana, magari in un paese vicino, un lusso e una pizza con gli amici un desiderio da reprimere, allora questi termini risultano vuoti più che mai, come vuota la politica delle parole. Se a questi “mali minori” si aggiungono la paura del futuro che diviene paura nel quotidiano, angoscia, diffidenza, perdita del senso della speranza e del vivere, allora il quadro diviene desolante e il futuro pericolosamente in bilico.
Le parole dei salotti mediatici si sono rivelate inutili, come pure inutili alcuni tra i corsi di formazione politica fondati sulla stessa retorica accademica. Più che formazione politica servirebbe, oggi, una politica della formazione. Una strategia del vivere che ponga in prima linea la formazione dell'identità, la strutturazione umana e morale della persona che privilegi la costruzione dei rapporti interpersonali, le competenze sociali d'interazione, la ricerca e scoperta del senso del vivere, la costruzione di un progetto esistenziale basato sui valori dell'umano piuttosto che sulle lusinghe e sulle allucinazioni del potere. Una formazione, in poche parole, umana ma laica, fuori dalle strumentalizzazioni religiose.. Quanto le scuole, oggi, hanno a cuore una formazione globale della persona? Quanta importanza riveste la formazione permanente e l'aggiornamento del personale docente? Verrebbe da domandarsi: quanto si parla di scuola e di formazione morale nelle monotone omelie sulle misure per soluzione della “crisi”?
É su queste competenze e presupposti che si potrà sperare, più che sulla politica del dire e del fare, di ricostruire un tessuto sociale fatto di persone costruttrici di civiltà, invece che di pedine manovrabili dai grandi burattinai che hanno messo sotto assedio il bene più prezioso su cui si fonda la stessa civiltà: la democrazia. Mi piace pensare che la nostra democrazia sia sotto assedio e non del tutto fallita e che solo le armi dell'essere, latenti in ognuno e in attesa di essere risvegliate, possano riabilitarla. Risulta poi una decisione (e una responsabilità) del tutto personale credere che la nostra democrazia sia sotto assedio o definitivamente fallita.
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lunedì 5 marzo 2012
Il lievito della speranza contro il "sacro" individualismo (di Annalisa Scialpi)
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| Centro storico di Martina Franca, foto di Annalisa Scialpi |
Prima considerazione: questo nostro “viaggio” nel deserto o, meglio, nel vuoto della politica, quali domande ha suscitato? Di quali analisi critiche è stata foriera?
Mi piace pensare, da personalità “eclettica”, che non tutta la pasta, pur essendo della stessa farina e dello stesso granaio, sia, per fortuna, azzima.
Mentre il “dialetto” incalza e si spande con i suoi romantici venti culturali da paesaggi nordici, portando con sé “valori” d'altri tempi e nostalgie struggenti nei salotti culturali, l'individualismo assume contorni da paesaggio rupestre a metà tra iconografia sacra e cosmogonie profane di regni dei morti.
C'è una parola, oggi, che la grande sociologia (quella, per intenderci, delle accademie) utilizza: individualismo. Cioè: atteggiamento di soggetto che bada unicamente al proprio, interessato, come il gatto che si morde la coda, a risolvere con mezzi individuali le incombenze del quotidiano, compresa la soluzione di problemi che riguardano il contesto sociale allargato. L'individualista sembra allergico soprattutto a una parola: il sociale. E' simile a una talpa che scava e, a volte, fa giusto qualche mossa necessaria nei semplificatissimi meandri della propria limitata sfera di coscienza, per fornire una out-put adeguato agli stimoli sociali, finalizzato alla mera sopravvivenza. Il soggetto individualista, generalmente privo di talento e di specifiche qualità, vive pienamente la logica del tempo, pur restandone fuori per quel che riguarda il coinvolgimento sociale, che giudica mera perdita di tempo. É pragmatico nel senso più riduttivo del termine: non ha idee e valuta, di volta in volta, l'azione più conveniente. Apatico, privo di fantasia e di passioni e di una ricca e positiva emozionalità, estraneo alle questioni sul senso ultimo del vivere e sul senso della comunione e della compassione, egli, privo di storia, è trascinato, come peso morto, dal fiume della storia, che non attraversa mai: è il manichino manovrato nella grande macchina del consumo e delle “tendenze”.
É luogo comune che i paesi siano il luogo dei “sani” valori: la situazione politica di Martina ce lo ha sconfermato. E come si potrebbe credere che le cose cambieranno se la maggior parte della pasta continuerà ad composta di sparuti azzimi mascherati di saccenteria e di buonismo cattolico?
Mi pare sia qui tutta la differenza tra l'individualista metropolitano e di paese: quello di paese, soprattutto il nostro, si crede santo e “superiore”, perché va a messa la domenica. E, spesso, è individualista anche la “famiglia” in cui “vive”: connubio perfetto di due egoismi e di concepimenti di dolore e di infelicità, fatta di una cultura o subcultura propria, luogo di rifugio contro “la malvagità del mondo” e la paura degli altri che incombe e per la quale l'unica arma è la catalogazione dell'altro e, immancabilmente, il giudizio.
La politica non è solo l'esercizio attivo del potere nei partiti. É una scelta politica alzarsi il mattino e dare un senso ai propri giorni. Scegliere la sfida d'apprendere piuttosto che la stagnazione. La generosità piuttosto che l'egoismo. Lo sforzo, piuttosto che il parassitismo. La responsabilità, piuttosto che il piagnisteo. La cultura alta, piuttosto che la visitazione dei bordelli mediatici. La solidarietà, piuttosto che l'egoismo. L'apertura, più che il sospetto. L'iniziativa, più che l'attesa. L'indignazione, più che il silenzio. Il coraggio, invece della vigliaccheria. La domanda, più che la risposta senza fatti. La speranza, più che la disperazione. La coscienza, più che il buio del cuore e della mente. La lacerazione interiore, piuttosto che il deserto. L'ascolto, piuttosto che il giudizio. Il dono, invece del furto e dello sciacallaggio. La verità, qualunque essa sia, piuttosto che la menzogna.
Ero da poco laureata; dissi a un mio collega che non sapevo se il vero atto di coraggio fosse quello di andarsene o restare combattendo, andando sempre controvento. Lui mi sorrise e non mi diede una risposta. Ho saputo poi che si è trasferito al Nord. Da quel giorno, non ho ancora trovato la mia risposta e mi piace pensare che sarà il pezzo unito quello su cui lieviterà la speranza per questo nostro paese, spezzato e sfiancato dagli azzimi del “sacro” individualismo.
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mercoledì 29 febbraio 2012
Del mio sangue ti aspersi: presentazione del 23 febbraio 2012 all'Università Popolare Agorà
In queste poesie c'è un cammino di vita, il mio cammino di vita: il cammino verso la femminilità. E' uguale essere femmine e essere donne? Che vuol dire essere donne?
C'è chi, imbevuto di cultura religiosa, dice: “Essere donna è coincidere con un modello”. Ma noi possiamo coincidere con un modello? O c'è qualcosa di più o c'è molto di più in questo essere donne?
Questi versi, concepiti dalla mia personale esperienza di vita, veicolano questo percorso fatto di domande, scoprendo, in un atteggiamento di “follia” amorosa, una risposta all'interrogativo su cosa significhi essere donna. É un tratto di percorso, ancora, che, come tale, è da me umilmente percepito. In poche parole: è la tappa di un cammino, all'interno della quale c'è la mia storia fino ad ora che, sicuramente, continuerà ad aprirsi ad altre domande, ad altre certezze, che rinforzeranno o metteranno in discussione quelle già acquisite, alla luce di una superiore o rinnovata coscienza.
Come si legge una poesia?
Con un po' di fantasia culinaria, il poeta può essere paragonato a un cuoco o a una massaia che, dalla pentola della sua anima, rovescia ogni genere di cose. Poi, osserva quello che ha rovesciato, lo sceglie e mette ogni cosa nelle casseruole adatte: le casseruole sono le parole.
| Annalisa Scialpi e Antonio Basile con la signora Anna Ancona, segretari dell'U.P.A. di Martina Franca |
Pubblicato da
La nostra agorà pedagogica
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mercoledì, febbraio 29, 2012
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giovedì 16 febbraio 2012
Corpo di donna allo specchio: avvio della Seconda Edizione del Premio di Poesia organizzato da “Taberna Libraria” (di Annalisa Scialpi)
Dopo l'avvio della Prima Edizione del Concorso di Poesia “Corpo di donna”, la Taberna Libraria di Mariangela Cellamare organizza la Seconda Edizione del Premio, in scadenza il 24 aprile. Oggetto del Concorso, la cui aspirazione è quella di portare avanti un progetto culturale di espressività legato all'universo femminile, è la percezione dell'identità femminile, direttamente esperita o vissuta in relazione. L'ambizione del progetto è, inoltre, quella di favorire un'autentica riflessione, sulla base di suggestioni create dall' ”incontro” di più voci, che liberi la femminilità da stereotipi, conformismi e modelli che ostacolano la reale emancipazione di un mondo femminile che risente, ancora pesantemente, del peso di zavorre di subcultura religiosa.
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| Dipinto dell'Associazione Artistica AurArte di Martina Franca |
L'autenticità di ogni composizione, liberata da orpelli metafisici “presi in prestito” da una mentalità omologante e repressiva, e senza alcun fine “didattico” a parte quello di esprimere la verità del proprio essere, è pertanto il fine che l'Organizzazione si augura di raggiungere. Come precisato nello stesso Regolamento, ogni partecipante potrà ispirarsi a una delle tre opere selezionate come “ispiratrici” del tema, appartenenti alle poetesse Alda Merini, Sylvia Plath e Iman Mersal o, in alternativa, potrà proporre una composizione libera.
Il Concorso sarà arricchito anche dalle suggestioni pittoriche del laboratorio artistico di Martina Franca “AurArte”, per un connubio tra parola e immagine sentita che ne decreti il legame indissolubile, la forza vitale, esorcizzante da ogni retorica. Di seguito, una delle tre poesie selezionate; la scheda di partecipazione, oltre che reperibile in libreria, sarà a breve scaricabile dal blog www.tlibraria.blogspot.com.
Iman Mersal
Ho un nome musicale
Forse la finestra alla quale mi sedevo
preannunciava una gloria straordinaria.
sui miei quaderni scrivevo:
Iman…
Iscritta alla scuola elementare “Iman Mersal”
né la lunga bacchetta dell’insegnante
né le risate provenienti dai banchi in fondo potevano
farmi dimenticare la questione.
Pensavo di intitolarmi la nostra via
a condizione che le nostre case venissero ampliate
e che venissero costruite stanze segrete
affinché i miei amici potessero fumare a letto
senza essere visti dai fratelli maggiori.
Dopo aver abbattuto i soffitti per alleggerire le pareti
e avere tolto le scarpe delle nonne defunte, i vasi
e le scatole vuote che le madri hanno estratto dalla vita
dopo avere a lungo servito in altre strade.
E’ anche possibile colorare le porte d’arancione
come simbolo di gioia…
e aprire dei fori affinché ciascuno
possa osservare le famiglie numerose
cosicché nessuno possa sentirsi più solo nella nostra strada.
“Gli esperimenti storici
sono frutto di grandi menti”
Così mi descriverebbero i passanti
mentre passeggiano sul bianco marciapiede
della strada che reca il mio nome.
Autrici vincitrici della
II Edizione del Concorso Nazionale di Poesia
“Corpo di donna: donna allo specchio”.
Sezione A
Prima classificata:
Mariagrazia Pagliara
Sul pianoforte untuoso, la poetessa..
Sul pianoforte untuoso, le mani
asimmetriche e sediziose esplicano
un belletto rosso fuoco. La testa
bella e smottata, accenna ai gatti sulle gonne
smesse, odore misto a liquidi rappresi in ombra
dentro bicchieri mai lavati. Sontuosi e agili,
occhi feroci, saltellanti,
sottraggono altra stagione alla compostezza
laida. La stessa che manca
alle foto di epoche ingoiate da millenni; immagini
alle foto di epoche ingoiate da millenni; immagini
che sovrintendono su un arcipelago di pizzi fascianti cuscini
sdruciti, sui toni dell'ocra o sporcizia.
Amo di lei
la cenere caracollata sui tasti, sradicati
e ingialliti, vecchi di molte stonature
e note consolanti; polvere grigia di sigarette
alegggianti una luminescenza privata che invoca
una pensione di sopravvivenza, avendo l'anima
già assolta
da intimi suicidi. Il fumo argina la pazzia
come una diga di mattoni secolari. La vecchia e il fumo
sono una canzone al veleno dell'oltraggio.
Sogno di finire anch'io dentro
un sogno in cui tutto sia votato al mito
della stessa chiaroveggenza anziana
e poetica. Folleggiarmi di salvezza.
Recensione di Annalisa Scialpi,
presidente di Giuria e organizzatrice del Concorso.
Poesia vera, sentita, in grado di tracciare un ritratto che non smette di incantare, incatenare, trasportando l'anima nei gesti, nella forza creatrice interiore di una donna dipinta nell'atto di plasmare un mondo dove l'appartenenza è sentita, annusata, vissuta... Un mondo dove il consunto è traccia di vissuto, di una realtà essenziale, senza belletti, ornamenti di facciata, schemi che incastrano ciò che è libero, dirompente; il ritratto di una donna che nel totalitarsimo essenziale del suono trova l'unica verità che le appartiene: l'amore. Quell'amore sempre cercato, cantato, vissuto, sentito, quella musica che, nei versi, ha librato il cuore di Alda oltre le mura di un manicomio, consacrandolo a una verginità elettiva.
Nel mondo di Alda, laidi non sono i bicchieri non lavati, gli odori rappresi; laida è la compostezza che sottrae aria. Laida è la composta quiescenza. Lo spirito dell'autrice scava, sui quei tasti inceneriti e stana una donna e la sua verità la cui immedesimazione è perfetta; la poesia, qui, è fusione di spiriti, di anime cercanti vinte e vincitrici per lo stesso fuoco che le unisce. C'è una tenerezza vibrante, nei versi dell'autrice, unita a consapevolezze che scrutano la singolarità di gesti consueti, sottrattendoli all'ordinario per rivelare la loro luce: una cenere rossa nel buio che disegna istantanee di un dramma personale, ma anche tracce di un'eroica resistenza. É dallo stesso fumo che il corpo rosso della speranza s'accende, in un'ascesi carnale e spirituale insieme sempre viva e consumata nell'atto dell'ultima estinzione della materia, rossa, trasformata in cenere.
Nell'anelito allo stesso naufragio della chiaroveggenza poetica, la poesia esaurisce, con la forza di una preghiera, un ardore che è suono intenso, nota anelante, folle, vissuta, sporcata, ma mai estinta, rotta, definitivamente spezzata. Alda ritorna, tra le righe dell'autrice, ancora su quel piano, a disegnare, su tasti consunti da brividi terreni di note eterne, la consapevolezza d'amore che è delirio folleggiante che solo appartiene alle anime amanti, incatenate dallo stesso suono, attraversate dalla stessa, vibrante, impaziente, benedetta e dannata consapevolezza d'amore.
Seconda classificata:
Fulvia Marconi
Con ali di farfalla
Calcando l'ardue strade della vita
con l'ali evanescenti di farfalla
e respirando l'intime emozioni
dal buon odor di grano e girasoli,
io mi confondo vorticando appena
nel cielo di un tenace scoramento
e le illusioni poi tarpano le ali
a chi tenta spiccare lieve il volo.
Mi lascio trasportare dalla brezza
infine, stanca, mi riposo un poco
su gemma appena nata di genziana
che ospita grazioso il mio abbandono.
Difficile spiccare un nuovo volo,
con l'ala ormai recisa dal destino
e l'esistenza non ha più illusioni
solo spinosi pruni di freddezza.
D'un tratto, un lieve ricciolo di vento,
dispiega leggermente l'ala fiacca,
io m'abbandono arresa a quel suo tocco,
vorrei volare in alto... Ma non posso;
poter salir lassù tra quelle nubi,
sul mandorlo fiorito e lì restare,
sembrare un boccio per un giorno appena
e come un lieve fiore poi appassire.
Sezione B
Prima classificata:
Grazia Liuzzi
Vibrante emozione
Nel silente cammin del mio esser
m'abbaglia quella soave figura
reale o illusoria,
percuote e tormenta l'animo
e con immane naturalezza
si pone al mio cospetto.
Forte è l'impeto nel mirar tanta bellezza.
Oh mio dolce amor
lasciami inebriare della tua essenza,
effimera creatura
fatta di profondi respiri.
Non allontanar l'anima e il cuor
Non allontanar l'anima e il cuor
lascia che io possa dissetarmi di cotanta meraviglia
fino a saziarmi
e poi ancora... e ancora.
Forte è il suon del tuo esser donna.
Aleatoria creatura,
tu sai come soggiogar l'ardire umano
nel turbinio passionale della tua femminilità.
Seconda classificata:
Elena D'Arcangelo
Basta una parola
Basta una parola per accendere
la speranza nei cuori assopiti.
Basta una parola per destare
Basta una parola per destare
alla vita ricordi materni
di tenerezze filiali.
Una parola può ferirti
scacciare la paura
sconvolgerti e turbarti
e dare inizio a una guerra.
La parola sincera
può sfiorarti come una carezza,
è come un abito elegante
che colora la tua personalità,
o come la nota giusta
che completa un rigo musicale.
che completa un rigo musicale.
Il vento mette le ali alle parole,
si spiegano nell'aria
come le penne remiganti
di un gabbiano svolazzante
qua e la' nel cielo inffinito.
Ci sono parole immerse nell'Universo:
parole comuni, quotidiane
ma l'arte, la musica
la poesia e la fede
sono parole in sintonia fra loro.
Ed io vi parlerò
di parole racchiuse
nello scrigno dell'animo mio
che parlano solamente
d'amore e d'amicizia.
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lunedì 6 febbraio 2012
I Edizione del Concorso Nazionale di Poesia "Corpo di donna"
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Poesie vincitrici della I Edizione del Concorso Nazionale “Corpo di donna”, organizzato da Mariangela Cellamare e Annalisa Scialpi, presidente di giuria, con la collaborazione di Laura Papaccino e di Luigi Chiarelli per la parte tecnica.
La serata di premiazione si è tenuta il 21 gennaio 2012 presso la Taberna Libraria di Martina Franca.
A breve, sarà indetta la Seconda Edizione del Premio.
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| Mariangela Cellamare, giurata e titolare della Taberna Libraria |
1 Classificato: Paolo Castronuovo (Crispiano)
Sono talmente tante le lacrime di commozione da me versate
che il mondo intorno comincia ad arrossire,
di ruggine in guance erose,
e non d'imbarazzo ai piedi della Bellezza in vesti d'Eccellenza.
Lontano, un'ombra,
la mia...
creata dalla tua Luce,
dal Tuo Profumo,
dalla Tua Voce,
come un velo mantiene il giusto buio trapelante
per non accecare gli altri con la Tua Bellezza.
Oltre il velo, come candela luminosa e liquida
ti espandi in ogni dove,
restaurando nodi di legno antico,
cucendo ferite,
riempendo le falle, mascherando cicatrici;
riscaldi il globo macchiandolo con lividi.
Con i fianchi serpeggi sulla sabbia nera a rassodarti,
fino poi a solidificarti nell'acqua ibernante
divenendo roccia che modifica il percorso dei fiumi
sfociati nella massa notturna e marmorea dell'avorio che vesti.
Percorsi collegati alla pioggia e a loro volta alle nuvole
che comandate dal sole lo coprono perché invidioso di Te.
In questa notte psicotropica,
sono una Nuvola
che dal Cielo piove altre lacrime su un mondo già arrossito
ed è per questo che vorrei chiudere gli occhi,
ma se lo facessi non potrei più vedere la Tua Luce
… e cosa rimarrebbe levando Te dall'Universo
se non il buio e la ruggine.
“Tu... tto”, recensione.
Poesia splendida, in cui la bellezza delle metafore conduce verso squarci di luce in cui l'anima assapora l'Alchimia dell'Amore.
Lo stile è alto, ricco di metafore nelle quali si rivela l'incantesimo taumaturgico del sentimento d'Amore, in grado di dare senso al dolore, trasfigurandolo negli spazi estesi dell'anima cercante, che ne beve la pozione trasformatrice.
L'Amore, in questa poesia, non ha solo potere di cura, ma stabilisce un ponte tra un'interiorità assetata e, poi, quasi “redenta” e l'esteriorità costituita dalla realtà mondana, di cui la donna amata ne incarna i contorni geo-fisici, stabilendo con essi una relazione di fusione.
“Con i fianchi serpeggi sulla sabbia nera a rassodarti,
fino poi a solidificarti nell'acqua ibernante
divenendo roccia che modifica il percorso dei fiumi
sfociati nella massa notturna e marmorea dell'avorio che vesti”.
La donna, qui, è terra trasfigurata dal desiderio che l'ha generata e di cui, ora, è protagonista amata.
Si tratta, pertanto, di una poesia che, come fiamma, parte dall'interiorità risvegliata
“Oltre il velo, come candela luminosa liquida
ti espandi in ogni dove”.
E, da questa zona interna, si irradia in una realtà esterna che non è più percepita come tale, ma anch'essa esaltata, trasfigurata, quasi che l'Amore ne svelasse, finalmente, i veri contorni; contorni forse soggettivi ma, proprio per questo, caricati di un senso che conduce all'Oltre e di cui la donna amata é, inoltre, regista.
“Percorsi collegati alla pioggia e a loro volta alle nuvole
che comandate dal Sole lo coprono perché invidioso di Te”.
I versi, belli per il senso filosofico, ma sopratutto per le emozioni che risvegliano, coinvolgono chi legge in un'atmosfera surrealistica, quasi in una nuova dimensione, evocata nell'esaltazione del cuore e della mente che non annulla il dolore, ma lo accoglie, rendendolo parte della stessa fiamma rigenerante.
“In questa notte psicotropica,
sono una Nuvola
che dal cielo piove altre lacrime su un mondo già arrossito”.
Si tratta di un “ossimoro” voluto e reca la traccia di un'autenticità che si appaga di una contemplazione estasiata, di una coscienza lucida ma, forse anche per questo, profondamente sognante, in grado di espandersi nelle dimensioni altre, ricche, profonde, “psicotropiche”, evocate dall'Amore.
Presidente di giuria
dott.ssa Scialpi Annalisa
2 Classificata: Norma Fumarola (Martina Franca)
Donna
...linee sinuose
in un corpo pieno di grazia;
Respiro dell'anima
nelle sue infinite magie;
Profumo velato
nella corolla di un tenero fiore;
Istinto materno
nella sua forza creativa;
Dolcezza profonda
nel suo sentimento d'amore;
Pensiero ed azione
per rendere il mondo migliore.
Donna... meravigliosa unità:
corpo, anima, intelligenza,
sentimenti ed emozioni.
Donna...
semplicemente Unica.
3 Classificata: Elena D'Arcangelo (Martina Franca)
Fermati...
Fermati, ascolta un attimo
l'armonia delle mie parole
mentre schegge di vita quotidiana
s'alternano a tenere emozioni.
Fermati, guarda la foto di quel giorno speciale
la foto dei nostri figli, dei nipoti,
insieme abbiamo raccolto il tesoro dei ricordi
e custodito il nostro amore nella valigia della vita.
Fermati, rimani accanto a me
aprirò il mio cuore con parole mai dette.
Quando sono stanca
osservi il mio viso con la dolcezza del tuo animo,
lo sai, mi basta un tuo sguardo
per rialzarmi e ricominciare
e del tuo affetto per rimettermi in carreggiata.
Fermati, dammi la tua mano
mi rende sicura la tua stretta
trasportami ancora sulle onde della vita
come hai sempre fattocon la tua pazienza infinita.
Continua a diffondere nell'aria
il suono melodioso del piano,
quante volte le tue armonie
hanno accompagnato la tua esistenza,
quante volte le ho adagiate sul mio petto
come carezze d'amore e aliti di vita.
Ascolta ancora il mio canto:
insieme possiamo fermare il volo del tempo
con le mani tese l'una sull'altra,
accogliere nell'animo la poesia della vita
cullando il dono dell'amore che ci ha uniti
con la dolcezza dei ricordi.
Ora ti prego, aprimi il tuo cuore!
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domenica 5 febbraio 2012
Stanare le ombre della religiosità: per un'autentica spiritualità (di Annalisa Scialpi)
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| immagine tratta dal sito cronachelaiche.it |
Una grande responsabilità dell'attuale deriva non è poco imputabile alle tradizioni religiose. L'aspetto meno autentico della religione è il far coincidere la spiritualità con la dimensione pratica e rituale. Il rito religioso, simile a un sacro deus ex machina, assorbe le intelligenze, le addensa nel coagulo delle riverenze di massa. La maggior parte dei sacerdoti, funzionari maschi di questo marchingegno omologante e poco attenti alla crescita spirituale delle persone, si adopera per creare, con roboanti e narcotizzanti omelie imbevute d'onnipotenza, masse riverenti e mute, lontane anni luce dalla vera spiritualità, che è crescita nella libertà. Manca l'intelligenza, l'energia e la virtù per svecchiare il meccanismo della “religiosità”, mirante al mantenimento della “sacra casta” e alla conservazione delle ricchezze materiali della Chiesa. Manca l'umiltà, il coraggio e la vera fede per “sfamare gli affamati e dare da bere agli assetati”. Le sagrestie sono stanze di programmazione dell'azienda parrocchiale, di compilazione dell'agenda e di riscossione di tributi (matrimoni, battesimi, cresime, funerali, comunioni...).
Il volto della Chiesa, ancor'oggi, risulta perciò quello di una realtà compromessa in logiche di mercato, sessista e che, poi, rifiuta di risarcire le donne (ma non solo) di secoli di repressione indotte da una dottrina che ha schiacciato la loro individualità, confinandola nell'ingranaggio della donazione che le rende serve per vocazione. La donna per la Salvezza, per la Maternità, per giunta vergine e che non conosce il potere del piacere è una donna ombra. É la donna ombra che lancia grida di bestia martoriata nell'inconscio di molte donne in crisi d'identità, nelle depressioni post-partum e nelle anestesie ideali di casalinghe incapaci di desiderare, incapaci di problematizzare fino in fondo un ruolo imposto.
Una “nuova” spinta spirituale, foriera di progresso civile e morale, sarà possibile solo stanando le ombre della religiosità, per consegnarle alla luce della vera spiritualità che è, sempre, un atto di evoluzione della persona nella libertà, a prescindere da dogmi e credi religiosi. E, quindi, di liberazione dai condizionamenti esterni e interni e dalle sofferenze personali che ostacolano la crescita e lo sviluppo delle potenzialità individuali. Occorrerebbe che la società civile allestisse strumenti e preparasse programmi affinché ciascuno sia posto nelle condizioni di apprendere per il proprio processo di liberazione e di evoluzione. Solo in questo modo la religiosità potrà divenire spiritualità e contribuire a sanare le laceranti fratture individuali e collettive che bloccano l'umanità nella macchina economica e nella stasi morale, civile, spirituale.
Crescita e sviluppo non sono mai fatti solo economici e la nostra epoca ce lo dice a chiare lettere, anche se insiste a muovere nella stessa, unilaterale, direzione. La persona è una unità complessa che mira alla sua realizzazione, che reca in sé la spinta alla propria realizzazione che è morale, spirituale, emozionale oltre che fisica e materiale. Come ci ricorda lo studioso Martielli Giacomo nel suo bellissimo saggio 'Homo Moralis', ogni dimensione è interdipendente e, pertanto, crescita personale significa dare spazio alla complessità dell'essere, promuovendo l'integrazione di ogni suo aspetto.
La vita umana non può “giocarsi” solo sul piano del finito, ma protendersi verso l'integrazione con il regno infinito che non può essere monopolizzato da alcuna istituzione religiosa, perché giustifica, direziona e integra il nostro essere nel mondo, offrendoci una visuale più ampia in cui inquadrare l'esistente. Unificare le due dimensioni, aprendo varchi alla Bellezza, alla Meraviglia e al Mistero del regno spirituale, fruibile già nella dimensione terrena a prescindere da ogni specifico credo, dovrebbe essere la via percorribile di ogni vera, concreta, onesta e matura spiritualità, in una società pluralista e multiculturale; di una spiritualità che manca nella nostra società dove tutto è profitto e mercato.
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La nostra agorà pedagogica
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domenica, febbraio 05, 2012
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Narrarsi per educarsi: lo strumento narrativo come tecnica del sè (di Annalisa Scialpi)
ARTICOLO SCIENTIFICO PUBBLICATO SULLA RIVISTA TELEMATICA SUI TEMI DELL'EDUCAZIONE "EDUCARE.IT".
Per il filosofo Paul Ricoeur il sé esplicita la sua forma nella dimensione narrativa, come tempo di attuazione della promessa [1]. Ogni storia è, quindi, la storia irripetibile di ognuno, che è molto più del semplice scorrere indifferenziato nel tempo della vita di fatti, eventi, volti, pensieri, sensazioni ed emozioni.
Fatti, eventi e volti e, quindi, pensieri, sensazioni ed emozioni non solo s'intrecciano, come nella trama di un romanzo, ma acquisiscono un particolare significato in relazione alle intenzioni di chi, in prima persona, vuole attribuire significato e senso [2] agli eventi del quotidiano. Di chi, in poche parole, vive la propria storia, percependosi nella piena temporalità dell'esistenza.
Quando ognuno si percepisce come autore della propria storia e non semplice spettatore degli eventi o come casuale comparsa, è in atto un processo formativo, cioè una progettazione esistenziale. Essa mira alla costruzione dell'identità personale [3] e si “muove” nelle tre dimensioni del presente, del passato e del futuro, nelle quali l'attore del proprio progetto esistenziale, vivendo pienamente il presente, cerca di mettere in atto scelte consapevoli, responsabili [4], i cui effetti si proiettano nel lungo termine e in cui il passato funge da luogo della memoria che aiuta a comprendere il presente e ad agire in esso con saggezza e speranza.
La prospettiva ermeneutica dischiusa dalle scienze sociali, in alternativa alla “perdita di certezze” per il crollo dell'assolutezza del metodo sperimentale, esalta il ruolo intenzionale dell'attore nel processo di interpretazione del vissuto e di comprensione dei fatti [5].
L'attuale prospettiva della società della conoscenza, dischiusa già nella fase della modernità, valorizza - grazie alle sue molteplici possibilità formative - il ruolo attivo di ciascuno nella costruzione del sapere funzionale al proprio personale percorso di vita. Il lifelong learner diviene, così, l'eroe moderno fruitore della conoscenza, rivolta alla costruzione del progetto esistenziale [6].
Si comprende già da queste considerazioni come sia importante, per il soggetto-persona che vive il suo progetto di vita, armonizzare le tre dimensioni del presente, del passato e del futuro per l'integrità della propria identità. La realizzabilità del progetto esistenziale richiede, inoltre, l'integrazione delle diverse dimensioni costitutive dell'essere personale: emotiva, cognitiva, fisica, morale, sociale, religiosa, affettiva, psicomotoria [7
La narrazione di sé si pone, a tal proposito, come uno strumento in grado di evitare la dispersione delle esperienze, utilizzando la comprensione per dare loro senso e, di conseguenza, un indirizzo proficuo. La narrazione può avvenire in maniera immediata, attraverso il racconto orale fatto ad un'altra o a più persone, o in maniera mediata attraverso la scrittura di sé. Nel secondo caso, acquista maggiore rilievo la componente autoriflessiva che, mediante l'atto dello “sdoppiamento” o della oggettivazione del sé, aiuta ad elaborare, approfondire e a riorganizzare significati legati alla propria storia nel dialogo con se stessi, attraverso codici linguistici disparati (stili descrittivi, utilizzo di figure retoriche, metafore...) elevabili, ove associati a un particolare talento, fino alle vette della fruizione estetica.
In entrambi i casi, resta cruciale l'attività dell'ascolto, intesa come attività complessa in cui l'interprete «decodifica le metafore, insegue e raggiunge allusioni e rimandi (…), colma i silenzi e (…) soprattutto realizza una sistematica opera di interpretazione» [8], realizzando un reale coinvolgimento emotivo nei termini di immedesimazione.
Ogni storia narrata oltre a dipanarsi lungo le coordinate del tempo, si radica in un contesto.
Nell'epoca attuale della complessità sociale, anche in seguito alla già citata svolta ermeneutica e fenomenologica delle scienze sociali, il contesto assume il ruolo di categoria forte del discorso interpretativo [9]. La dimensione contestuale, più che semplice topos, cioè sfondo neutrale di scenari e personaggi, diviene parte integrante, caratterizzante o vero e proprio soggetto vivente della narrazione personale che giustifica le scelte del personaggio, ponendosi come vincolo o come risorsa.
Esempi di narrazione autobiografica in cui il contesto rappresenta l'elemento centrale della narrazione.
«Lasciate ogni speranza o voi che entrate»: queste erano le parole che Dante vide scritte sulla porta dell'inferno. Queste erano le parole che io pensai e immaginai scritte nel famigerato portone dell'ospedale di Aversa, quando lo varcai la prima volta. (…) Come varcai il portone, mi portarono in Matricola e, sbrigate le solite formalità, mi consegnarono a due energumeni totalmente pazzi che mi aspettavano con due cinghie di canapa. (…) Mi trascinarono per le cinghie e mi portarono nudo per ottocento metri fino al camerone dove c'erano già una trentina d'internati legati a quei terribili letti. Delle grandissime culle in ferro con un pesante materasso di crine bucato al centro per evacuare e fare tutti i bisogni. In questo letto venivi poi fissato con altre quattro cinghie, due alle caviglie, per farti giacere con le gambe aperte, una all'altezza del petto, e un'altra, la famosa “fiorentina” che ti passava sotto la gola per girare attorno alle ascelle». [10]
«E neanche ho dimenticato come era l'appartamento nel quale eravamo arrivati. Forse perché come prima cosa ne ebbi un odore tremendo. Era così grande e vuoto che avevo paura di perdermi. Quando si parlava ad alta voce rimbombava terribilmente.
Soltanto in tre stanze c'erano un paio di mobili. Nella stanza dei bambini c'erano due letti e un vecchio mobile da cucina con i nostri giochi. Nella seconda stanza c'era un letto per i miei genitori e nella stanza più grande un vecchio divano e un paio di sedie. Così vivevamo a Kreuzberg, nella Paul- Lincke-Ufer» [11].
Il contesto, in sintesi, inserito in un “testo” più ampio [12], delimita e conferisce un senso all'azione pedagogica dell'educarsi e del progettarsi, traducendosi come vincolo e/o risorsa, tra realtà data e utopia cercata.
La narrazione di sé diviene, perciò, quello “strumento” grazie al quale elaborare percorsi personali di progettazione esistenziale. Nel raccontarsi, si persegue la piena realizzazione dell’identità, secondo una tensione perfettiva che si dipana tra i vincoli e le possibilità del contesto, nella salvaguardia della ricchezza dell'esperienza.
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Note:
1) Per il filosofo la “promessa” data a se stessi, costituisce il presupposto affinché l'identità si dispieghi lungo il tempo dell'esistenza. P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993.
2) In conformità alla prospettiva fenomenologia introdotta da Edmund Husserl nell'ambito filosofico e alle successive applicazioni del metodo fenomenologico nell'ambito della sociologia, della psicologia, della psichiatria e della pedagogia, l'atto intenzionale è considerato il “motore” o il punto d'avvio del processo conoscitivo.
3) L'identità, nel discorso pedagogico di impostazione personalista, si dà come “dinamicità perfettiva”, ossia come movimento che tende verso la piena realizzazione dell'essere personale. L. Santelli Beccegato, Interpretazioni pedagogiche e scelte educative, La Scuola, Brescia, 1998.
4) La responsabilità personale, nella prospettiva personalista, è impegno che fonda la stessa possibilità di progettazione esistenziale. A. Chionna, Pedagogia della responsabilità, Educazione e contesti sociali, La Scuola, Brescia, 2001.
5) Per la prospettiva ermeneutica, la comprensione diviene l'atto intenzionale mediante cui attribuire significato nel rapporto testo-interprete. D. Orlando Cian, Metodologia della ricerca pedagogica, La scuola, Brescia, 1997.
6) M. Lichtner, Soggetti, percorsi, complessità sociale. Per una teoria dell'educazione permanente, La Nuova Italia, Firenze, 1990.
7) G. Martielli, Homo moralis. Aspetti psicologici e processi formativi, Edizioni “Vivere in”, Roma, 2004.
8) M. Baldini, Educare all'ascolto, La Scuola, Brescia, 1988.
9) Come avverte Morin, “la conoscenza delle informazioni o dei dati isolati è insufficiente. Bisogna porre informazioni e dati nel loro contesto affinché prendano senso”. E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione sul futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2002.
10) A. Robiu, La teoria della distruttività, in “Volete sapere chi sono io? Racconti dal carcere”, Mondadori, Milano, 2011.
11) V. Felscherinow, Christiane, Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, Bur, Milano, 2004.
12) Il testo comprende, cioè, l'intera realtà sociale colta, quanto più possibile, nella sua storicità, ma anche universalità e globalità). E. Morin. I sette saperi necessari all'educazione al futuro, op.cit.
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| Immagine tratta da ri-trovarsi.myblog.it |
Fatti, eventi e volti e, quindi, pensieri, sensazioni ed emozioni non solo s'intrecciano, come nella trama di un romanzo, ma acquisiscono un particolare significato in relazione alle intenzioni di chi, in prima persona, vuole attribuire significato e senso [2] agli eventi del quotidiano. Di chi, in poche parole, vive la propria storia, percependosi nella piena temporalità dell'esistenza.
Quando ognuno si percepisce come autore della propria storia e non semplice spettatore degli eventi o come casuale comparsa, è in atto un processo formativo, cioè una progettazione esistenziale. Essa mira alla costruzione dell'identità personale [3] e si “muove” nelle tre dimensioni del presente, del passato e del futuro, nelle quali l'attore del proprio progetto esistenziale, vivendo pienamente il presente, cerca di mettere in atto scelte consapevoli, responsabili [4], i cui effetti si proiettano nel lungo termine e in cui il passato funge da luogo della memoria che aiuta a comprendere il presente e ad agire in esso con saggezza e speranza.
La prospettiva ermeneutica dischiusa dalle scienze sociali, in alternativa alla “perdita di certezze” per il crollo dell'assolutezza del metodo sperimentale, esalta il ruolo intenzionale dell'attore nel processo di interpretazione del vissuto e di comprensione dei fatti [5].
L'attuale prospettiva della società della conoscenza, dischiusa già nella fase della modernità, valorizza - grazie alle sue molteplici possibilità formative - il ruolo attivo di ciascuno nella costruzione del sapere funzionale al proprio personale percorso di vita. Il lifelong learner diviene, così, l'eroe moderno fruitore della conoscenza, rivolta alla costruzione del progetto esistenziale [6].
Si comprende già da queste considerazioni come sia importante, per il soggetto-persona che vive il suo progetto di vita, armonizzare le tre dimensioni del presente, del passato e del futuro per l'integrità della propria identità. La realizzabilità del progetto esistenziale richiede, inoltre, l'integrazione delle diverse dimensioni costitutive dell'essere personale: emotiva, cognitiva, fisica, morale, sociale, religiosa, affettiva, psicomotoria [7
La narrazione di sé si pone, a tal proposito, come uno strumento in grado di evitare la dispersione delle esperienze, utilizzando la comprensione per dare loro senso e, di conseguenza, un indirizzo proficuo. La narrazione può avvenire in maniera immediata, attraverso il racconto orale fatto ad un'altra o a più persone, o in maniera mediata attraverso la scrittura di sé. Nel secondo caso, acquista maggiore rilievo la componente autoriflessiva che, mediante l'atto dello “sdoppiamento” o della oggettivazione del sé, aiuta ad elaborare, approfondire e a riorganizzare significati legati alla propria storia nel dialogo con se stessi, attraverso codici linguistici disparati (stili descrittivi, utilizzo di figure retoriche, metafore...) elevabili, ove associati a un particolare talento, fino alle vette della fruizione estetica.
In entrambi i casi, resta cruciale l'attività dell'ascolto, intesa come attività complessa in cui l'interprete «decodifica le metafore, insegue e raggiunge allusioni e rimandi (…), colma i silenzi e (…) soprattutto realizza una sistematica opera di interpretazione» [8], realizzando un reale coinvolgimento emotivo nei termini di immedesimazione.
Ogni storia narrata oltre a dipanarsi lungo le coordinate del tempo, si radica in un contesto.
Nell'epoca attuale della complessità sociale, anche in seguito alla già citata svolta ermeneutica e fenomenologica delle scienze sociali, il contesto assume il ruolo di categoria forte del discorso interpretativo [9]. La dimensione contestuale, più che semplice topos, cioè sfondo neutrale di scenari e personaggi, diviene parte integrante, caratterizzante o vero e proprio soggetto vivente della narrazione personale che giustifica le scelte del personaggio, ponendosi come vincolo o come risorsa.
Esempi di narrazione autobiografica in cui il contesto rappresenta l'elemento centrale della narrazione.
«Lasciate ogni speranza o voi che entrate»: queste erano le parole che Dante vide scritte sulla porta dell'inferno. Queste erano le parole che io pensai e immaginai scritte nel famigerato portone dell'ospedale di Aversa, quando lo varcai la prima volta. (…) Come varcai il portone, mi portarono in Matricola e, sbrigate le solite formalità, mi consegnarono a due energumeni totalmente pazzi che mi aspettavano con due cinghie di canapa. (…) Mi trascinarono per le cinghie e mi portarono nudo per ottocento metri fino al camerone dove c'erano già una trentina d'internati legati a quei terribili letti. Delle grandissime culle in ferro con un pesante materasso di crine bucato al centro per evacuare e fare tutti i bisogni. In questo letto venivi poi fissato con altre quattro cinghie, due alle caviglie, per farti giacere con le gambe aperte, una all'altezza del petto, e un'altra, la famosa “fiorentina” che ti passava sotto la gola per girare attorno alle ascelle». [10]
«E neanche ho dimenticato come era l'appartamento nel quale eravamo arrivati. Forse perché come prima cosa ne ebbi un odore tremendo. Era così grande e vuoto che avevo paura di perdermi. Quando si parlava ad alta voce rimbombava terribilmente.
Soltanto in tre stanze c'erano un paio di mobili. Nella stanza dei bambini c'erano due letti e un vecchio mobile da cucina con i nostri giochi. Nella seconda stanza c'era un letto per i miei genitori e nella stanza più grande un vecchio divano e un paio di sedie. Così vivevamo a Kreuzberg, nella Paul- Lincke-Ufer» [11].
Il contesto, in sintesi, inserito in un “testo” più ampio [12], delimita e conferisce un senso all'azione pedagogica dell'educarsi e del progettarsi, traducendosi come vincolo e/o risorsa, tra realtà data e utopia cercata.
La narrazione di sé diviene, perciò, quello “strumento” grazie al quale elaborare percorsi personali di progettazione esistenziale. Nel raccontarsi, si persegue la piena realizzazione dell’identità, secondo una tensione perfettiva che si dipana tra i vincoli e le possibilità del contesto, nella salvaguardia della ricchezza dell'esperienza.
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Note:
1) Per il filosofo la “promessa” data a se stessi, costituisce il presupposto affinché l'identità si dispieghi lungo il tempo dell'esistenza. P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993.
2) In conformità alla prospettiva fenomenologia introdotta da Edmund Husserl nell'ambito filosofico e alle successive applicazioni del metodo fenomenologico nell'ambito della sociologia, della psicologia, della psichiatria e della pedagogia, l'atto intenzionale è considerato il “motore” o il punto d'avvio del processo conoscitivo.
3) L'identità, nel discorso pedagogico di impostazione personalista, si dà come “dinamicità perfettiva”, ossia come movimento che tende verso la piena realizzazione dell'essere personale. L. Santelli Beccegato, Interpretazioni pedagogiche e scelte educative, La Scuola, Brescia, 1998.
4) La responsabilità personale, nella prospettiva personalista, è impegno che fonda la stessa possibilità di progettazione esistenziale. A. Chionna, Pedagogia della responsabilità, Educazione e contesti sociali, La Scuola, Brescia, 2001.
5) Per la prospettiva ermeneutica, la comprensione diviene l'atto intenzionale mediante cui attribuire significato nel rapporto testo-interprete. D. Orlando Cian, Metodologia della ricerca pedagogica, La scuola, Brescia, 1997.
6) M. Lichtner, Soggetti, percorsi, complessità sociale. Per una teoria dell'educazione permanente, La Nuova Italia, Firenze, 1990.
7) G. Martielli, Homo moralis. Aspetti psicologici e processi formativi, Edizioni “Vivere in”, Roma, 2004.
8) M. Baldini, Educare all'ascolto, La Scuola, Brescia, 1988.
9) Come avverte Morin, “la conoscenza delle informazioni o dei dati isolati è insufficiente. Bisogna porre informazioni e dati nel loro contesto affinché prendano senso”. E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione sul futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2002.
10) A. Robiu, La teoria della distruttività, in “Volete sapere chi sono io? Racconti dal carcere”, Mondadori, Milano, 2011.
11) V. Felscherinow, Christiane, Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, Bur, Milano, 2004.
12) Il testo comprende, cioè, l'intera realtà sociale colta, quanto più possibile, nella sua storicità, ma anche universalità e globalità). E. Morin. I sette saperi necessari all'educazione al futuro, op.cit.
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venerdì 9 dicembre 2011
Del mio sangue ti aspersi, presentazione dell'opera alla Taberna Libraria di Martina Franca (Ta), 3 dicembre 2011
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| Tratto da blog.libero.it |
Inizio questa mia presentazione con una piccola disamina del titolo dell'opera “Del mio sangue ti aspersi”. Cos'è il sangue? La linfa del nostro essere. L'elemento vitale. Una madre dice del suo figlio che è “sangue del suo sangue”, intendendo con questo riferirsi non solo al dato biologico, ma all'indissolubilità di un legame, radicato nella carne. In queste poesie viene enunciata proprio la forza di questo legame materno, che una donna vive anche nella relazione d'amore con un uomo.
La femminilità o, più che la femminilità, l'essere donna, viene quindi enunciato, in queste righe, come una “confusione” o contaminazione di ruoli, che rompono gli schemi degli stessi ruoli. In poche parole, c'è una donna che ama e ama come una madre anche il suo uomo, anche se madre non è. E vorrebbe donare se stessa, il suo stesso sangue, la linfa vitale del suo essere.
ネ una donna, quindi, che si sottrae a ogni modello e a ogni costruzione, che ama perché vuole amare, senza nemmeno la pretesa di domandare lo stesso amore. Dalle acque turbolente e vive del suo spirito, altro non vorrebbe che riversarsi sull'amato, come fonte generativa.
ノ una donna, ancora, che riesce a vivere appieno la sua sensualità; una sensualità non più repressa, ma seguita come richiamo, come ponte verso Dio. Ella ama non solo perché vuole amare, ma anche per il piacere di amare, riscoprendo nel piacere l'integrazione della sua personalità. La donna a pezzi torna intera. ノ torna intera perché è matura, in equilibrio col suo essere.
Considero però questo lavoro come un tassello, un tassello iniziatico del mio cammino verso la scoperta della vera femminilità. Credo che uno dei drammi della contemporaneità sia che, assieme alla coscienza dell'individualità, che si sviluppa a partire dalla modernità, nascano nuove forme di condizionamenti. Il condizionamento di un pensare ottundente e ottuso, di un pensare tecnico che elimina ogni valore all'individualità. Ecco che, oggi più che mai, la donna è in bilico nel cercare di tracciare il percorso dell'individualità tra donazione, forte tensione affettiva e ricerca di sè, cioè dell'originarietà costitutiva del suo essere. E tutto ciò in un contesto che ancora non riconosce appieno la sua identità e dignità e in cui l'uguaglianza appare spesso solo formale.
Questo lavoro, se da una parte ribalta vecchie concezioni femministe che, nell'enfasi dell'individualità femminile, di fatto, la negano, dall'altra parte apre il percorso di ricerca di un nuovo equilibrio della femminilità, in bilico tra natura, intesa come volontà materna di donazione, affettività forte e sensuale e ricerca dell'unicità singolare dell'identità.
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